Finanza Made In Switzerland
Il marchio di qualità della finanza elvetica non conosce confini geografici.
Oramai brands quali UBS, Credit Suisse, Winterthur, Zurigo Assicurazioni, tanto per citarne alcuni, sono di dominio internazionale, per non dire planetario.
“Svizzera” è per molti oramai sinonimo di macchinari di precisione, qualità di vita, cultura, ricchezza di servizi, innovazione – generalmente parlando, di Qualità.
L’attrattività della piazza elvetica e ticinese è rappresentata dall’offerta a vasto raggio, di una vasta gamma di prodotti finanziari, una paletta che copre lo spettro dall’ultra conservativo all’ingegneria finanziari di punta, per qualsiasi finalità previdenziale o di investimento, per il cliente istituzionale e per il risparmiatore qualsiasi, tramite un network di istituti consolidati ed operatori affermati, certificati, e regolarmente verificati, che dispongono di un know-how pluridecennale sui mercati finanziari.
Ovviamente la descrizione della Svizzera quale ricettacolo di patrimoni illeciti e di “asilo finanziario” per dittatori, mafiosi o criminali è l’inevitabile rovescio della medaglia del successo e della visibilità di cui si parla poco sopra, il pennello sporco con cui si cerca di coprire i pregevoli dettagli dipinti su una tela d’autore.
Dal medesimo pennello derivano poi gli altrettanti luoghi comuni che descrivono, per esempio, la penisola italiana come un gigantesco serbatoio di crimine organizzato, corruzione, inefficienza e quant’altro.
La verità, come spesso accade, sta invece altrove.
Il motivo per cui il settore bancario elvetico ha avuto presa e successivamente successo è forse invece da ricercare in tratti caratteriali e peculiarmente elvetici:
- Capacità di ascolto e mediazione
- Assecondare le necessità del cliente
- Ostinata ricerca della qualità
- Capacità di proporre soluzioni efficienti
- Evoluzione dei servizi proposti
- Innovamento di prodotti
da cui
Se scaviamo più a fondo, scopriamo che storicamente nulla impediva ai clienti di spicco che potevano permetterselo, di aprire relazioni in banche d’affari sulla piazza londinese o addirittura a Wall Street. Inutile nascondercelo, innumerevoli sono i casi ove questo è effettivamente successo.
I grandi nomi della finanza internazionale intrecciavano rapporti con la penisola sin dagli anni ‘70, mettendo a disposizione già allora infrastrutture notevolmente sofisticate per quantità e qualità di servizi offerti.
Il risparmiatore medio americano – l’uomo della strada per intenderci – poteva predisporre un piano di accumulo in azioni, e reinvestire i dividendi, ed operare su opzioni quotate sui medesimi titoli già all’inizio degli anni ‘60.
Innumerevoli sono pure i casi di investitori che hanno potuto beneficiare di prestazioni e servizi del medesimo livello in territorio elvetico, ove la presenza dagli anni ‘70 di banche d’affari straniere ha avuto inoltre il benefico effetto di accrescere la qualità del know-how professionale degli operatori locali.
Il risparmiatore qualunque, senza dover contare su particolari “aderenze”, senza dover far leva sul proprio prestigio personale (o economico o politico), già allora poteva tranquillamente operare su tutta una serie di prodotti tradizionali quali azioni estere (mercati principali quali Wall Street o Francoforte o Tokyo, ma anche su mercati emergenti), obbligazioni convertibili, obbligazioni estere (sovranazionali, sovrane, domestiche e non).
Il “modello svizzero” in un lasso di tempo compreso tra i 15-25 anni orsono, sotto la richiesta di sempre nuovi servizi e sotto la spinta all’innovazione, vide la creazione del mercato delle opzioni listate sui titoli svizzeri (inizio anni ‘90, mercato SOFFEX, divenuto poi EUREX), la creazione e l’offerta di prodotti “retail” per operare tramite opzioni sul mercato dei cambi, anche per importi di piccolo taglio ($100mila, già nei primi anni ‘90), l’offerta di fondi d’investimento (Unit Trusts di diritto UK, Jersey, Guernsey, SICAV di diritto lussemburghese, Hedge Funds). Nel ‘91 una banca della piazza emise il primo fondo hedge “fund-of-funds” (attivi ripartiti su una serie di altri hedge funds) per proprio uso interno e già per la fine degli anni ‘90 era possibile la creazione di hedge funds su specifica del singolo individuo, a partire da importi storicamente “ragionevoli”.
Questi mercati, servizi e prodotti erano tradizionalmente preclusi ai risparmiatori italiani “onshore”, vincolati obbligatoriamente alle proposte del mercato domestico (azioni italiane, buoni postali, buoni del tesoro, obbligazioni convertibili nazionali, diritti d’opzione quotati, mercato dei premi); gli strumenti delineati sopra sono entrati a far parte del vocabolario finanziario dell’uomo comune, e nella vicina penisola, solamente nell’ultimo decennio.
Ma anche qui va notato – lamentato dai parecchi clienti – che spesso questa operatività è riservata a controparti istituzionali oppure è mediata / strumentalizzata secondo le necessità dell’istituto*.
L’evoluzione futura della piazza ticinese vede il soddisfacimento di sempre nuovi bisogni degli utenti d’oltreconfine, tra i quali troviamo l’attuale riforma previdenziale, che si articola nell’oramai discusso (in bene o in male) “TFR” o anche la creazione di polizze emesse da primari gruppi vita elvetici e contenenti veri e propri programmi di gestione patrimoniale mirati a varie finalità previdenziali.
*Esempio: nel campo delle opzioni listate sui singoli titoli (mercato ISOALFA) è incredibilmente evidente la totale mancanza di liquidità, secondo molti operatori italiani voluta apposta dal sistema bancario ed economico nazionale.
Ciò obbliga il cliente a dover ricadere su una serie di prodotti strutturati, come i warrants, le cui fluttuazioni di prezzo sono quindi vincolate dall’istituto medesimo. Va ulteriormente notato che l’emissione di questi prodotti è estremamente lucrativa per l’istituto emittente, a differenza del mercato delle opzioni quotate, ove la creazione delle nuove serie di opzioni segue determinati automatismi indipendentemente dai volumi contrattabili o dall’interesse del singolo market maker… *Un aneddoto professionale vede un cliente del mio istituto chiedere consulenza per la copertura del rischio di tasso sul debito aziendale per un importo di circa Eur 10 milioni. La banca con la quale operava in Italia aveva proposto la creazione di un prodotto strutturato “fix-float-cap” estremamente complesso, ed invero poco attinente alle necessità specifiche di copertura del rischio.
(il motivo è semplice: queste strutture richiedono l’applicazione di una serie di opzioni non listate, sul quale prezzo possono essere applicate variazioni di prezzo tali per cui la struttura è molto più remunerativa per l’emittente rispetto alla contrattazione di prodotti standard…).La mia proposta fu quella di vendere una serie di futures regolarmente listati sul contratto di tasso a 3 mesi in euro.
Girata l’idea alla banca in Italia, il cliente ricevette una risposta immediata ed inderogabile:
questi strumenti erano “riservati” solamente a “clientela istituzionale” e non alle PMI.
Il cliente dovette mettersi alla ricerca di un nuovo istituto dove l’operazione fosse possibile e procedere quindi alla chiusura ed al trasferimento di tutti i conti.
Nel nostro istituto, l’operazione proposta si sarebbe conclusa, senza problema alcuno per la banca o per i trader, in un lasso di tempo quantificabile in 3 minuti massimo, a costi efficienti e con una strategia totalmente in linea con i requisiti del cliente…
copyright, 2006, Paul C. Weber